Per combattere una patologia così diffusa e insidiosa come l’obesità è fondamentale conoscere non solo come questa influisca sulla vita di chi ne soffre, ma anche cosa accade a livello chimico ai loro corpi.

Approfondendo quest’ultimo aspetto, possiamo affermare che l’obesità, soprattutto quella addominale, è connessa all’insulino-resistenza, ovvero a una delle principali cause del diabete mellito di tipo 2, e causa un’ampia serie di alterazioni nell’organismo. 

Per questo motivo si parla di sindrome metabolica, che consiste in una situazione clinica composta da un gruppo di fattori di rischio legati a sovrappeso e obesità, che concorrono ad aumentare il rischio di patologie cardiache e altri problemi come diabete e ictus.

In particolar modo, l’obesità o il sovrappeso sono tra i più importanti fattori che predispongono il corpo del paziente all’ipertrigliceridemia, che è un livello eccessivo di trigliceridi nel sangue.

Nel dibattito comune, spesso sentiamo parlare di colesterolo, trigliceridi e grassi, in relazione a obesità e diabete, ma è importante fare chiarezza e comprendere bene di cosa si tratta.

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Cosa sono i trigliceridi?

I trigliceridi sono un tipo di lipidi presenti nel sangue e sono composti dall’unione di tre molecole di acidi grassi e una di glicerolo. Questi rispondono alla necessità del nostro corpo di conservare energia e sono i principali componenti del tessuto adiposo: svolgono una doppia funzione, oltre all’importante riserva energetica, fungono anche da isolanti termici.

Il 90-98% dei grassi o lipidi contenuti negli alimenti sono in parte trigliceridi; i carboidrati, proteine e grassi ingeriti stimolano le ghiandole endocrine che producono diversi ormoni. L’ingresso dei trigliceridi nelle cellule è favorito dalla presenza di insulina, la cui produzione è stimolata dall’assorbimento di carboidrati. Assumere con regolarità più calorie di quelle che il corpo è in grado di bruciare, soprattutto se carboidrati e grassi, porta quindi a elevati livelli di trigliceridi e quindi a ipertrigliceridemia.

Una quota normale di trigliceridi presenti nel sangue è compresa tra i valori 50 e 150/200 mg/dl, valutabile attraverso un esame del sangue, che deve essere effettuato al mattino e a digiuno da almeno 12 ore. Anche se un livello pari o inferiore a questo è in grado di migliorare la salute cardiaca del paziente, solitamente non si raccomanda una cura farmacologica per mantenerlo. Il regime alimentare e uno stile di vita attivo, con una conseguente perdita di peso, faranno la differenza anche sul livello di trigliceridi nel sangue.

Ne consegue che se un soggetto è in condizioni di obesità o sovrappeso, presenta livelli di trigliceridi troppo alti. Una dieta povera di proteine e ricca di carboidrati sarà sicuramente una causa di ipertricgliceridemia, ma non è l’unica: anche consumo eccessivo di alcool, uso di estro-progestinici (es. pillola anticoncezionale), diabete e ipotiroidismo sono cause riconosciute.

Valori di trigliceridi molto alti causano crisi dolorose addominali, pancreatiti acute e xantoma, si ritiene siano anche la causa di un ispessimento delle partito delle arterie e causano un forte aumento del rischio di ictus, infarto e cardiopatie.

Cosa fare per abbassare i trigliceridi

Abbiamo detto che solitamente la cura farmacologica viene consigliata ai casi più critici ma che generalmente per ridurre i livelli di trigliceridi nel sangue si chiede al paziente di modificare le sue abitudini quotidiane.

Innanzitutto si richiede al paziente di perdere peso attraverso una dieta accuratamente definita da un esperto dietologo o nutrizionista: andranno ridotte le calorie assunte, perché quelle in eccesso vengono immagazzinate come grasso, e si dovranno evitare cibi raffinati e ricchi di zucchero. Andrà limitata l’assunzione di colesterolo a non più di 300 mg al giorno, evitando ad esempio carni ricche di grassi saturi, prodotti a base di latte intero e tuorlo d’uovo. I grassi saturi presenti nella carne devono essere sostituiti con grassi vegetali ed elementi ricchi di omega-3.

Accanto al giusto regime alimentare, il paziente dovrà impegnarsi in uno stile di vita più attivo.

Abbiamo visto come tra le conseguenze negative di obesità e sovrappeso c’è anche un eccessivo livello di trigliceridi nel sangue, che aumentano il rischio di comorbidità critiche come malattie cardiovascolari. Tenere sotto controllo il peso, aiuterà a normalizzare i livelli di grasso nel sangue e limitare la sindrome metabolica.