Individuare con certezza quali siano le cause dell’obesità è un tema che coinvolge la comunità medica a tutto campo: si studiano fattori ambientali, genetici, comportamentali e, non meno importanti, fattori psicologici. Per questo motivo c’è grande attenzione verso quella che viene denominata “dipendenza psicologica dal cibo”, e ora vogliamo proprio andare ad indagare cosa comporta.

Lo stato mentale del soggetto che giunge ad una condizione di obesità grave, ovvero di seconda o terza classe, è uno degli elementi più decisivi nello sviluppo della malattia. Abbiamo avuto modo di affrontare il ruolo dello stato psicologico del paziente nell’insorgere dell’obesità nel nostro articolo “Chirurgia bariatrica e psicologia: vincere il caos nutrizionale“, dove abbiamo scritto:

L’obesità è spesso causata da una risposta emotiva a condizioni di depressione o forte stress, e si caratterizza per il caos nutrizionale che colpisce chi ne soffre; una volta superata l’operazione, e le conseguenze fisiche della patologia sono in fase di risoluzione, il giusto supporto psicologico dovrà occuparsi proprio del rapporto tra emozioni e alimentazione.

In questo caso ci siamo concentrati sul percorso di cura, che deve essere affrontato dal paziente nella piena consapevolezza degli sforzi che dovrà mettere in campo e la cui complessità richiede sempre una costante assistenza da parte di uno specialista in psicologia o psichiatria.

Oggi vogliamo invece dedicarci a cosa comporta la dipendenza psicologica dal cibo e cosa significa soffrirne.

La dipendenza psicologica dal cibo: di cosa si tratta?

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Il rapporto che si instaura con il cibo può essere molto diverso: da chi lo rifugge completamente, chi lo apprezza ma lo vive con serenità ed equilibrio, a chi instaura con esso un legame di vera e propria dipendenza.

Scegliere di seguire un regime alimentare sano ed equilibrato non significa rinunciare completamente a cibi meno salutari; questi possono essere consumati con moderazione quando si sceglie di assecondare una certa “preferenza”: si sceglie dunque di preferire una felicità momentanea, soddisfazione, gratificazione o breve godimento.

Di per sé questo non è un elemento problematico, se vissuto con consapevolezza e gestito con moderazione, ma lo diventa nel momento in cui questa “preferenza” si trasforma in una vera e propria dipendenza dal cibo. In questo caso si rileva un’alterazione del comportamento: una abitudine si trasforma in una condizione patologica dove il paziente ricerca irrefrenabilmente il piacere generato dal cibo, perdendo ogni controllo.

Quella da cibo è una dipendenza che sviluppa le stesse dinamiche presenti nella dipendenza da alcol, droghe e fumo. Generalmente i cibi preferiti per soddisfare questi istinti sono quelli con una composizione chimica che è pensata proprio per stimolarne l’assunzione: sono cibi pieni di grassi che stimolano nel cervello un costante desiderio da soddisfare.

La dipendenza psicologica dal cibo può essere anche causa di episodi di vere e proprie abbuffate, dove viene consumata una grande quantità di cibo senza controllo. Tuttavia solitamente si concretizza in questi atteggiamenti:

  • si mangia più velocemente senza gustare i cibi ingeriti;
  • non si distingue più tra fame e sazietà, mangiando quindi quando non si ha fame, ma anche continuando a mangiare anche quando ci si sente sazi;
  • si mangia meno in compagnia, preferendo la consumazione solitaria dei pasti, evitando così il confronto con abitudini alimentari più regolari e soprattutto di mostrare gli effetti della propria dipendenza;
  • ci si compiace della propria immagine mentre si consuma il cibo e si svolgono altre attività con il pensiero costante di quando si potrà tornare a mangiare;
  • si accumulano grandi scorte di cibo (spesso anche nascondendolo) e ci si assicura di avere sempre dietro qualcosa da consumare.

Una volta identificata la dipendenza da cibo in un paziente, questo dovrà sottoporsi ad un’accurata terapia psicologica. Trattare questo tipo di dipendenza richiede estrema attenzione: l’imposizione di un regime alimentare salutare viene spesso visto dal soggetto in cura come privazione e rinuncia, scatenando forti reazioni opposte alla cura.

In questi casi può essere consigliata una terapia farmacologica, ma senza la giusta assistenza psicologica ogni intervento risulterà vano. Per questo motivo un centro poli-funzionale come il Milan Obesity Center si avvale della collaborazione di specialisti di primo profilo come il dott. Emanuel Mian, grande esperto in disturbi del comportamento alimentare.