Diabete: guarire si può

Basta un “guanto” nell’intestino e l’insulina non serve più.

È un intervento rivoluzionario, testato in Italia su una ventina di pazienti: si inserisce un tubo di plastica nell’intestino per via endoscopica, e la malattia viene stoppata.

Angela, 48 anni di Milano, faceva tre punture di insulina nella pancia tutti i giorni. Salvatore, 52 anni di Roma, prendeva farmaci ipoglicemizzanti orali dopo ogni pasto. Soffrivano entrambi di diabete, come altri 3 milioni di pazienti cronici in Italia, e tutto avrebbero immaginato meno che sarebbero guariti. Perché il diabete, si sa, una volta che ti viene, non va più via.

Eppure, Angela e Salvatore oggi stanno bene e, almeno per ora, non hanno più bisogno di terapie. Sono tra i primissimi casi in Italia a essersi sottoposti a un intervento rivoluzionario che promette di ribaltare le sorti di una malattia finora ritenuta irreversibile.

«La nuovissima tecnica che stiamo sperimentando è stata messa a punto negli Stati Uniti contro l’obesità, ma ci siamo accorti che produce effetti formidabili anche sul diabete di tipo 2, la forma non congenita, legata alle abitudini alimentari e allo stile di vita che spesso colpisce chi è sovrappeso spiega Andrea Formiga, responsabile della Divisione di Chirurgia generale agli Istituti Clinici Zucchi di Monza (Gruppo San Donato).

La metodica, chiamata Endobarrier, è semplice: consiste nell’introdurre un ubichino flessibile di plastica lungo 60 centimetri, simile a un manicotto, nel duodeno, il primo tratto dell’intestino subito dopo lo stomaco, creando così una sorta di guscio, di barriera impermeabile che impedisce l’assorbimento del cibo ingerito.

Operazione senza bisturi

La digestione riprende qualche tornate più a valle e, alla fine, la quantità di alimenti assimilata risulta inferiore. Come se a tavola avessimo mangiato la metà. «Il principio di “scavalcare” una parte dell’apparato digerente per ottenere il dimagrimento è analogo a operazioni chirurgiche, come il by-pass gastrico o la gastrectotemia verticale, che tuttavia sono molto invasive e irreversibiliprecisa Formiga. «Al contrario, l’impianto del ubichino non richiede il bisturi ed è temporaneo: si procede per via endoscopica, senza tagli o incisioni, attraverso la bocca. L’intervento, in anestesia generale, dura meno di mezz’ora, i rischi sono minimi e dopo 2-3 giorni si può lasciare l’ospedale, con l’accortezza di masticare bene quando si mangia per evitare ostruzioni. Entro un anno, com’è stato messo, il dispositivo viene rimosso. L’aspetto più incredibile è che il “guanto” intestinale non fa semplicemente scendere l’ago della bilancia (si arrivano a perdere 20 chili in 12 mesi), ma si risolve tutti i problemi di chi soffre di diabete di tipo 2. «I pazienti che hanno ricevuto l’Endobarrier, una ventina in Italia e circa 3.500 in tutto il mondo, mostrano un miglioramento della glicemia già dalle prime settimane, fino alla remissione del diabete. La spiegazione? Non è chiara, ma tutto dipende da fenomeni ormonali e metabolici. D’altronde, l’intestino è una specie di “secondo cervello” nella pancia, in stretta relazione con l’apparato ormonale e immunitario. «Nell’anno di trattamento con Endobarrier il valore dell’emoglobina glicata, che misura l’andamento medio della glicemia, diminuisce di due punti percentuali», prosegue Formiga, il chirurgo che vanta la maggiore esperienza in Italia per questi impianti. «Ogni punto in meno equivale a ridurre del 20 per cento il rischio cardiovascolare, perciò due punti significano il 40 per cento di infarti evitati».

I miglioramenti da apportare

Più che una sorpresa, in realtà, è una conferma. Già in passato gli altri interventi di chirurgia dell’obesità avevano dimostrato, come effetto collaterale, un beneficio sul diabete, tuttavia operazioni così complesse non possono che essere la soluzione estrema riservata agli obesi più gravi. «Con Endobarrier si potrebbe ipotizzare di proporre il trattamento specificamente per il diabete di tipo 2», ritiene Formiga. Tuttavia, la procedura è così recente che i dati a lungo termine sono ancora scarsi e i punti critici non mancano. «Il ubichino è fissato all’intestino con dei gancetti metallici, che causano un’infiammazione della mucosa, talora con sanguinamento. Per questo, non possiamo lasciare la protesi in sede più di un anno». Poi, non si sa quanto a lungo si mantenga il controllo spontaneo della glicemia dopo la rimozione del dispositivo. Altri aspetti: l’anestesia generale, necessaria per posizionare, sia per rimuovere la protesi (è escluso chi soffre di malattie cardiovascolari o respiratorie). In ogni modo, in attesa di maggiori studi clinici, Endobarrier ha tutta l’intenzione di riscrivere la cura del diabete.